LA FORZA DELLA COMUNITA’
Scrivo queste mie poche righe per testimoniare un episodio di ieri sera che è legato alla Comunità e alle misteriose vie che si aprono.
E’ da non poco tempo che per varie ragioni sono abbastanza provato fisicamente e mentalmente, e negli ultimi giorni la situazione si è molto acuita, mettendomi di fronte seri problemi su come affrontare un futuro abbastanza nebuloso.
Ieri sera c’era Comunità e sarei stato volentieri a casa ma non per ciondolare inutilmente: per andare a dormire presto; però ho sentito che dovevo fare uno sforzo, ho percepito chiaramente qual era la cosa “giusta” da fare e la volontà mi ha aiutato nel farla.
La testimonianza però non è per riportare quel che ho fatto io, che tutto sommato è stato un piccolo sforzo ma per dire quel che mi è stato dato e cioè il ritrovare una sorta di pace, come un vento che spazza via le nubi; certo i problemi restano ma l’aria è più tersa, permettendo di vedere meglio e questo è tantissimo.
Giovanni
IL REGNO DI DIO
Sono il primo a rendermi conto che il titolo è piuttosto impegnativo.
Nel corso delle mie letture dei Vangeli ho spesso trovato dei passi che mi hanno variamente risuonato dentro e ho tentato, per quel che può la mia scrittura, di condividerne le emozioni anche alla luce di vita vissuta e dunque nel tempo mi è diventato quasi automatico correlare episodi a letture.
Vorrei condividere, a questo proposito, un episodio molto recente che riguarda un mio amico (mio quasi coetaneo), e di come esso mi abbia acceso una luce, diciamo così, su quel che si intende come “Regno di Dio” facendomi capire quanto superficiale fosse la mia interpretazione a riguardo, per non dire quanto fosse sbagliata.
L’episodio è quello di una rottura di un rapporto quasi trentennale tra due persone, una di esse sposata (un marito e due figlie), che hanno sempre considerato “bello” il loro rapporto perché scevro da qualunque responsabilità e sforzo e dunque come una relazione di cui prendere, quando conveniva, solo la parte allegra e spensierata; recentemente questo legame si è rotto perché, semplicemente, il mio amico ha trovato un’altra donna lasciando nella disperazione, nel dolore e nella solitudine la precedente compagna.
La situazione è molto terrena, anzi forse una delle più terrene possibili e anche per questo non così rara, però essa porta direttamente al cuore di cosa significhi un rapporto, con tutte le emozioni che esso implica, e di che cosa questo per diventare un legame vero abbia bisogno, perché un legame vero non può semplicemente finire nel nulla, pur magari terminando un suo corso.
Quello che tento di dire è che certamente momenti belli, dispiaceri, dolori e quant’altro sono ineludibili e fanno parte della vita, anzi sono la vita stessa, però il rischio è che essi restino fini a se stessi, che non servano a nulla; che si sia gioito, amato, pianto invano mi turba profondamente: che cosa resta?
Cristo nel messaggio suo evangelico cita continuamente metafore per far capire cosa è il Regno di Dio e mettendo tutto assieme ora me pare che Questo non sia un Qualcosa di astratto ma che invece sia un insieme di legami, di rapporti, di modi di porsi verso se stessi e gli altri che, per così dire, dà e crea continuamente valore alla nostra vita, le conferisce, pur nella sua molteplicità di vicende e mutamento, stabilità, utilità e, perché no, una luce di eternità.
L’errore che ho fatto è stato quello di pensare al Regno di Dio come separato dalla terra relegandolo a un trascendente e invece Esso può essere proprio in noi, se ci si crede.
Giovanni
UNA DIFFICOLTA’
Diceva: «Il regno di Dio è come un uomo che getta il seme nella
terra; dorma o vegli, di notte o di giorno, il seme germoglia
e cresce; come, egli stesso non lo sa. Poiché la terra produce
spontaneamente, prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella
spiga. Quando il frutto è pronto, subito si mette mano alla falce,
perché è venuta la mietitura».
Nel corso di tanti anni mi sono trovato spesso a riprendere libri in cui ho trovato
annotazioni che, pur fatte da me, stentavo a riconoscere nel loro pensiero
espresso: come se fosse stato qualcun altro, e in un certo senso è proprio così
per via del cambiamento costante in cui si è immersi.
Però è ovvio che qualcosa resta di tante letture e riflessioni ed è una sorta di
universo cangiante che esse hanno sviluppato e che permette di avere visioni
nuove e idee al mutare di noi e di quel che ci circonda.
Tutta questa lunga premessa perché da tempo ho nel computer il vangelo di
Marco e la mattina presto ne leggo qualche riga per vedere quale passo mi
risuona e anche se c’è una risonanza: non trovo mai lo stesso risultato.
L’altro giorno sono stato attratto dal passo che ho riportato in apertura perché
esso è molto attinente a quel che penso della Fede, per via della mia vita per
come si sta evolvendo, e a quanto essa debba essere voluta e cercata nel tempo,
senza fretta, avendo, paradossalmente, fede di trovarla.
Gesù mi ha, per così dire, parlato, dicendomi di stare tranquillo e di non forzare
ciò che deve dare i suoi frutti nel suo tempo, perché i semi ci sono ed è proprio
di questo che devo avere consapevolezza; infatti innumerevoli sono le volte che
sono preso da angosce e turbe lasciandomi andare a disperazioni, però sempre
c’è qualcosa, anche casuale, che mi riporta ad una sorta di quiete.
Ma come è difficile! Almeno per me.
Forse è la difficoltà di accettare di non essere il centro delle cose, di accettare e
accogliere con umiltà Qualcosa di infinitamente grande la cui potenza può solo
esplicarsi con l’essere accettata e questo penso sia la Fede.
Il passo rende con bellezza un’evoluzione che non può essere forzata, ma solo
accettata credendoci.
Non saprei dire perché trovo così difficile accettare pienamente e senza riserve
Qualcosa che mi si è resa evidente così tante volte, però è così e ogni volta che
ripiombo nell’angoscia e poi vengo consolato “rimprovero” me stesso; però vado
avanti pensando che sono un essere umano e debole che percorre un cammino e
che non deve avere paura di accettare una Mano sempre tesa.
Giovanni
a volte il “CASO”
Il pomeriggio dell’altro ieri era abbastanza fiacco; mi aggiravo per casa di mia mamma senza avere uno scopo preciso, allora mi sono messo a scartabellare tra vecchie cose e tra i libri ho trovato “Il giornale dell’anima”, cioè una sorta di diario di Giovanni XXIII (la dedica indicava un regalo di mia nonna a mio padre, nei primi anni ‘70).
Mi sono seduto, ho iniziato a leggere e ho trascorso un bel po’ di tempo con una tranquillità a me quasi sconosciuta in compagnia di quella grande Persona.
Tra le pagine del libro ho trovato una Sua preghiera, quasi una poesia, che mi ha dato una rara sensazione di pace e, perché no, anche di bellezza; la riporto qui di sotto per condividerla:
1) Solo per oggi, cercherò di vivere alla giornata, senza voler risolvere il problema della mia vita tutto in una volta.
2) Solo per oggi, avrò la massima cura del mio aspetto: vestirò con sobrietà; non alzerò la voce; sarò cortese nei modi; non criticherò nessuno; non pretenderò di migliorare o disciplinare nessuno tranne me stesso.
3) Solo per oggi, sarò felice nella certezza che sono stato creato per essere felice non solo nell’altro mondo, ma anche in questo.
4) Solo per oggi, mi adatterò alle circostanze, senza pretendere che le circostanze si adattino tutte ai miei desideri.
5) Solo per oggi, dedicherò dieci minuti del mio tempo a qualche lettura buona, ricordando che come il cibo è necessario alla vita del corpo, così la buona lettura è necessaria alla vita dell’anima.
6) Solo per oggi, compirò una buona azione e non lo dirò a nessuno.
7) Solo per oggi, farò almeno una cosa che non desidero fare, e se mi
sentirò offeso nei miei sentimenti, farò in modo che nessuno se ne accorga.
8) Solo per oggi, mi farò un programma: forse non lo seguirò a puntino, ma lo farò. E mi guarderò da due malanni: la fretta e l’indecisione.
9) Solo per oggi, crederò fermamente, nonostante le apparenze, che la buona provvidenza di Dio si occupa di me come di nessun altro esistente al mondo.
Solo per oggi, non avrò timori. In modo particolare non avrò paura di godere di ciò che è bello e di credere alla bontà. Posso ben fare, per dodici ore, ciò che mi sgomenterebbe se pensassi di doverlo fare per tutta la vita.
Giovanni
il bisogno di una fede

E’ la prima volta che per scrivere qualcosa inizio dal titolo; però in questo caso è proprio esso che deve essere esplicato in quanto è ciò che da tempo sento.
Nel corso di tanti anni e di molte esperienze dirette e indirette poche volte ho pensato alla Fede come a un qualcosa di reale, di concreto, di, appunto, necessario; la relegavo a un “qualcosa” che veniva elargito (e magari è anche così) e che aiutava facendo affrontare meglio i mutevoli eventi della vita nel bello e nel meno bello.
Insomma non vedevo un legame tra Fede e vita reale.
Però questo è per me cambiato negli ultimi tempi e non so se per eventi esterni o interni (come se i due universi, quello esterno e quello interno fossero scorrelati…), però ho iniziato a sentire un bisogno prima vago e poi chiaro e cioè quello di avere una fede. Di credere.
Però la cosa strana è che se mi chiedessero: “Hai Fede?” non saprei bene come rispondere, nel senso che un “sì”, oppure un “no” non esprimerebbero la verità, perché questa non è esprimibile in modo così reciso.
Mi fa pensare all’amore e cioè a un qualcosa senza di cui non si può vivere e di cui si sente appunto il bisogno di averne bisogno; cioè è un qualcosa di pertinente alla vita, intrinseco e necessario a percepirne fisicamente la potenza.
Giovanni
Considerazioni nel corso di una passeggiata
Sabato pomeriggio ho portato, come quasi tutti i sabati, mamma a fare una passeggiata sul mare; la giornata era particolarmente bella per essere di ottobre, c’erano persone che facevano il bagno e tutti ci godevamo quella luce così pulita.
Avrei fatto qualunque cosa per fermare il tempo o per convincerlo a essere un po’ selettivo e a non travolgere ogni cosa, buona e cattiva, nel momento stesso in cui essa accade.
E allora mi sono reso conto, forse non per la prima volta, quanto sia immenso il Dono della vita proprio perché essa finisce, perché ogni situazione contiene il suo futuro nel presente; perché non siamo né padroni e né arbitri di essa.
E questi pensieri mi hanno fatto venire in mente quante volte, troppe, ho agito senza pensare, anzi dando per scontato qualcosa che non lo è affatto, e questa consapevolezza mi ha generato un’acuta, non gradevole, sensazione alla bocca dello stomaco, perché un grande Dono implica una grande responsabilità e io tante volte questa responsabilità l’ho scansata.
Ho quindi certamente perso irrimediabilmente qualcosa, nel senso che troppe volte non sono stato in grado di portare il fardello pesante che è il Dono della vita che mi è stato fatto; e allora mi è venuto in mente che forse non bisogna essere orgogliosi ma umili nell’accettare aiuto e che il messaggio di un Uomo venuto sulla terra 2000 anni fa forse consisteva anche nell’aiutarci a sopportare il formidabile peso di un immenso Dono.
Giovanni
Un diverso modo di procedere
Avevo cominciato a scrivere questo mio quasi periodico contributo partendo da un brano di Marco che mi aveva intrigato con la sua apparente semplicità; poi, nel corso dello scrivere, mi sono accorto che i pensieri fluivano sì, ma in modo farraginoso, inceppato e comunque c’era nel loro andamento una forzatura anomala.
Prima, nel corso delle letture delle Scritture trovavo spunti di riflessione nella relazione tra gli episodi, i modi di essere narrati, e quelle che possono essere le modalità di una vita vissuta oggi; però mi sono reso conto che gradualmente e lentamente questo processo si è invertito nel senso che la vita nella sua mutevole molteplicità, in bene e in male, mettendomi di fronte tante sollecitazioni di varia natura mi ha portato sempre più a cercare nelle Scritture, nemmeno io so se consolazione o consigli, e comunque risposte, indicazioni, chiamiamoli riferimenti, a posteriori rispetto a ciò che mi succede.
Che strano: partendo dalle Scritture riesco, con tutti i limiti miei del caso, ad arrivare a delle interpretazioni o comunque a delle conclusioni; viceversa partendo da molti miei fatti di vita reali le Scritture erano come “mute”, o almeno così mi sembrava.
Riflettendo su questo partendo dall’ovvio presupposto che facevo uno sbaglio, la “soluzione” mi è venuta quando mi è tornata in mente la parabola del granello di senape.
[30]Diceva: «A che cosa possiamo paragonare il regno di Dio o con quale parabola possiamo descriverlo? [31]Esso è come un granellino di senapa che, quando viene seminato per terra, è il più piccolo di tutti semi che sono sulla terra; [32]ma appena seminato cresce e diviene più grande di tutti gli ortaggi e fa rami tanto grandi che gli uccelli del cielo possono ripararsi alla sua ombra»
Il punto è che il messaggio di Gesù deve essere preso, sì, anche alla lettera ma ancor di più deve essere, per così dire, assorbito dentro di noi nella sua essenza affinché il nostro essere ne possa elaborare tutte le conseguenze e dunque sia in grado di fronteggiare gli infiniti casi della vita, e questo processo è complesso per molte ragioni tra cui quella di avere una fiducia completa nel Messaggio; infatti senza l’abbandono (la fede), per così dire, non ci può essere una elaborazione interiore e dunque lo sviluppo di una condotta che da essa consegue.
Questo pensiero mi ha portato al parallelo tra genitori e figli, nel senso che non è certo possibile preparare un figlio a ogni possibile caso che gli capiterà: chi può conoscere il destino? Ma quello che si può, e si deve, fare è indicare una strada, dare un esempio, costruire una fiducia; insomma creare i presupposti interiori a permettere di fronteggiare quel che l’esistenza mette di fronte giorno per giorno.
In entrambi i casi, che in realtà non credo siano tanto distinti, si crea una sorta di patrimonio interiore da cui attingere le risorse ad affrontare gli infiniti casi della vita e questo è l’unico modo per permettere una crescita, che per essere tale non può essere disgiunta da un certo rischio da una certa aleatorietà.
E’ come essere stati accompagnati su un’altura e aver avuto l’indicazione di una strada il cui percorrere però è responsabilità personale e incedibile.
Giovanni
MOMENTI DI COMUNITA’

Mi meraviglia, in senso bello, sempre che la vita, nella varietà del suo esplicarsi, offre quando meno uno se lo aspetta spunti che meritano una condivisione.
Martedì scorso, in Comunità, al momento della preghiera per i fratelli presenti, abbiamo pregato per una persona che vive da molto tempo una situazione familiare di grande e crescente difficoltà, e che nonostante la grande forza d’animo comprensibilmente e umanamente ha momenti di debolezza.
Durante la preghiera allo Spirito affinché discendesse, è stato percettibile, direi fisicamente e in ogni caso in modo assolutamente inequivocabile, un momento di assoluta comunione di tutti noi con quella sofferenza; non c’erano pensieri: solo la pura condivisione di un affanno, per alleviare un cuore a volte stanco.
Un momento che non si dimentica.
Giovanni
Diceva loro…
Se uno ha orecchi per intendere, intenda
“….21Diceva loro: "Si porta forse la lampada per metterla sotto il moggio o sotto il letto? O piuttosto per metterla sul lucerniere? 22Non c'è nulla infatti di nascosto che non debba essere manifestato e nulla di segreto che non debba essere messo in luce. 23Se uno ha orecchi per intendere, intenda!”.
A volte le cose vanno in un certo modo senza che esista una ragione precisa per questo; per esempio non avevo mai letto il Vangelo di Marco pur avendo sfogliato diverse volte gli altri tre.
Quasi per caso dunque l’ho letto, direi più che altro che l’ho scorso, di recente e l’impressione che ne ho tratta, in termini proprio generali, è di una densità notevole nel senso che la figura di Cristo balza con una di forza misterica molto intensa.
Comunque sia, ho percepito il messaggio contenuto nel brano citato (da Marco, appunto) come una verità assoluta che porta a grande liberazione interiore.
Innanzi tutto il contesto: Gesù è da solo con gli Apostoli e impartisce loro degli insegnamenti in termini di frasi brevi, quasi secche, scarne e essenziali, incentrate sulla Parola e il suo effetto.
Cosa c’è in questo brano che mi ha colpito come una verità e qual è il suo legame con la Parola? Una parola, appunto: “nascosto”.
E’ questa la parola che nel contesto funge da chiave per capire il messaggio; infatti esso esorta a non avere paura nell’esprimere la verità di sé, nel tirare fuori, magari sforzandosi, magari con aiuto, quello che si percepisce interiormente come vero, come necessità: non si deve avere paura di essere se stessi e dunque impedirsi di esternare ciò che si tiene nascosto.
Ed è proprio contro questo umanissimo nemico, dovuto ad innumerevoli fattori e di cui siamo tutti preda, che Gesù ci esorta a combattere, perché è solo sconfiggendolo che si può essere veri; che si può illuminare se stessi e gli altri: la verità passa attraverso il coraggio di dire: sono così.
Ma non è facile; anzi forse è la lotta più difficile della vita anche perché si deve combattere non solo contro i pregiudizi esterni ma anche contro quelli più pericolosi, e cioè quelli interni.
Con l’esortazione finale “Se uno ha orecchi per intendere, intenda!” Gesù ci vuol far capire ancora una volta che pur nella differenza tra ciascuno di noi c’è una unità nel sua amore, per cui cose che a noi magari sembrano importanti nel suo cuore sono del tutto inessenziali e saper questo dona un immenso sollievo di liberazione dalle tante fittizie pesantezze che ci costruiamo.
Giovanni
LA NECESSITA’ DI UNA COERENZA
“….36Non giurare neppure per la tua testa, perché non hai il potere di rendere bianco o nero un solo capello. 37Sia invece il vostro parlare sì, sì; no, no; il di più viene dal maligno…”
Parte del valore e dell’universalità delle Scritture risiede nel loro essere cangianti in funzione dei tempi, nel senso che problematiche in società diverse hanno un loro eco distinto; inoltre a volte penso che esse non possano interpretarsi di per sé ma debbano essere, per così dire, illuminate nel loro senso dalla vita reale.
L’ultimo periodo del passo sopra riportato è una sorta di paradigma, infatti letterariamente parlando dice poco e quel poco è di dubbio significato, però gli eventi e lo stato della nostra società nei tempi in cui viviamo conferisce alle sue scarne parole un significato che per me è molto pregnante.
Che la società di oggi possa generare delle perplessità è abbastanza ovvio; le ragioni sono tante e complesse ma per quel che ho osservato, esiste una sorta di causa unica per molti effetti diversi e questa è lo scollamento tra le parole e ciò che esse sottendono; detto in altri termini avendo perso il collegamento tra linguaggio ed essere non si utilizzano le parole come espressione di qualche significato ma come entità fini a se stesse e dunque si vive in un’indeterminata ipocrisia diffusa.
Siamo subissati, affogati, da parole, immagini, che realisticamente non possiamo seguire e capire, posto ci sia qualcosa da capire, fino in fondo; non sono date informazioni ma è costruito un fumo venefico per incapacità e per spregio della dignità del singolo.
E questo appartiene a tutti i livelli e a tutti gli ambienti, e le eccezioni sono veramente poche.
Si è persa l’abitudine, appunto, a usare il linguaggio per la sua funzione primaria che è quella di comunicare informazioni e significati partendo da premesse valide ed esigenze forti.
Dico questo perché in una certa misura sono abituato, ahimè, a confrontarmi con il linguaggio e il suo significato (in senso lato) e quel che trovo è che tra ciò che è detto e ciò che è fatto (idealmente dovrebbero quasi coincidere) non c’è alcun nesso e se questo c’è, esso è di contraddizione ma quel che è peggio è che spesso di questo conflitto non c’è consapevolezza alcuna.
E dunque le ultime parole del passo quale significato acquistano? L’esigenza di una maggiore sincerità e tranquillità con se stessi e di riflesso verso gli altri; l’importanza di ritrovare un dialogo, sempre con se stessi e con il prossimo, che abbia senso e che non si perda in vuoti suoni la cui unica funzione è di creare rumore; la necessità, pur entro una difficoltà grandissima, di cercare una coerenza.
Giovanni

